Costruire una community oggi: la lezione dimenticata di Habbo

Un mondo virtuale fatto di stanze arredabili, avatar personalizzati, saluti in caps lock e improbabili flirt digitali, ma sotto la superficie naïf di un gioco per adolescenti, c’era già tutto: dinamiche sociali, regole implicite, rituali condivisi, identità di gruppo. In una parola: community.

Parlare “in” Habbo: storie di vita vissuta pixel per pixel

Non si parlava di Habbo, si viveva in Habbo. Le conversazioni non erano recensioni di un videogioco, ma discussioni sul senso della vita (“qualcuno ha mai baciato davvero qui?”), scambi di esperienze (“come si diventa moderatore?”) e gare tra squadre rivali (“il mio clan è più forte del vostro!”).

Entrando in una delle mitiche discoteche virtuali, potevi giurare di aver visto una rissa in pixel tra due gruppi storici. C’era tensione, vero pathos, una specie di “microdramma shakespeariano” giocato tra avatar con skin stravaganti. Nessun adulto a moderare, nessuna linea editoriale a guidare i discorsi: solo il piacere libero di appartenere e confrontarsi, tra regole mutevoli e rituali condivisi.

Oggi, che ogni brand sogna “engagement”, pochi ricordano cos’è creare community in modo così organico e autentico. Gli spazi non devono essere gabbie promozionali, ma prolungamenti dei nostri spazi, vissuti come territorio comune.

L’architetto silenzioso: la community appartiene agli utenti

Il primo errore che commettono molti brand è credere che una community debba ruotare attorno a loro. Ma la verità è che nessuno vuole far parte della community “di un’azienda”. Le persone vogliono far parte di qualcosa che rispecchi i propri valori, interessi, obiettivi.

Per questo, il punto di partenza non è “cosa vogliamo dire noi”, ma quale bisogno vogliamo soddisfare. Più che una community di clienti, dobbiamo creare uno spazio per persone che si riconoscono tra loro.

La domanda strategica da porsi non è “come attiro gente”, ma “perché dovrebbero tornare?”.

Alcuni esempi:

  • Patagonia non crea community intorno all’abbigliamento outdoor, ma attorno al valore condiviso della sostenibilità.
  • Figma non costruisce attorno al software di design, ma attorno alla collaborazione tra creativi.

In altre parole: la community non è tua, è loro.

Definire una visione significa rispondere a:

  • Qual è il tema centrale che unisce le persone?
  • Quale ruolo possiamo avere in questa conversazione?
  • Quale cambiamento, miglioramento o esperienza vogliamo generare nella loro vita?

Senza questa direzione, ogni tentativo successivo rischia di essere solo animazione temporanea.

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Scegliere la piattaforma giusta e i confini del campo

Uno degli errori più diffusi è voler “fare community” ovunque: Instagram, Facebook, Telegram, Discord, newsletter, eventi live. Ma la dispersione è il peggior nemico della connessione.

Una community ha bisogno di un luogo centrale: un contesto riconoscibile, ripetibile, abitabile. Può essere uno spazio privato, come una community su Circle o Slack, oppure pubblico, come un gruppo Facebook o un subreddit. Ma deve avere confini, regole, modalità di interazione chiare.

In fase iniziale, meno canali si usano, meglio è. La focalizzazione permette di:

  • facilitare la moderazione e l’ascolto;
  • creare routine e rituali (es. “il post del lunedì”);
  • riconoscere i membri più attivi e coinvolgerli meglio.

Ogni piattaforma ha le sue logiche:

  • Facebook Groups: alta penetrazione demografica, ma calo dell’engagement organico.
  • Telegram/WhatsApp: ideale per comunicazioni dirette, ma poco strutturato per il dialogo.
  • Discord: ottimo per community giovani e tech, ma richiede abitudini digitali più complesse.
  • Newsletter interattive: ottime per fidelizzare e dirigere verso spazi privati.

L’importante è che lo spazio prescelto favorisca la partecipazione attiva e non solo la ricezione passiva dei contenuti.

Community social

 

Costruire le fondamenta: regole, onboarding e identità condivisa

Come ogni comunità, digitale o reale, anche una community online ha bisogno di regole del gioco, rituali, strumenti d’inclusione. Il rischio, altrimenti, è l’anarchia o, peggio, il silenzio.

Le prime settimane sono decisive: è il momento in cui si gettano le fondamenta culturali della community. Chi arriva per primo plasma lo stile delle conversazioni, il tono, i temi più caldi.

Tre elementi sono cruciali:

Regole di ingaggio
Vanno scritte, dichiarate e fatte rispettare. Non serve essere rigidi, ma bisogna chiarire:

  • Qual è il tono desiderato (formale, amichevole, ironico…).
  • Cosa è considerato off-topic o fuori luogo.
  • Come si gestiscono i conflitti o i comportamenti scorretti.

Onboarding efficace
Ogni nuovo membro deve sentirsi accolto, orientato, coinvolto. Può essere un messaggio automatico, una mail di benvenuto, un post fisso “come iniziare”. Ma dev’essere pensato.
Un buon onboarding trasforma un iscritto occasionale in un partecipante potenziale.

Identità condivisa
Gli utenti devono sentire di “far parte di qualcosa”. Questo si crea:

  • con un linguaggio comune (meme, hashtag, format);
  • con badge o ruoli (moderatori, contributor, ambassador);
  • con riconoscimenti pubblici (es. “utente del mese”).

Una community senza identità non fidelizza, non cresce, non si difende.

Generare conversazioni, non solo contenuti

Molti brand aprono uno spazio e iniziano a pubblicare contenuti come farebbero su una pagina social: post, articoli, video. Ma una community non è un palinsesto: è un sistema dialogico.

L’obiettivo non è “pubblicare per ottenere like”, ma stimolare conversazioni autentiche tra i membri. Un post che genera 50 commenti tra utenti vale più di un video virale.

Per questo servono:

  • domande aperte, non affermazioni chiuse;
  • prompt tematici (“come gestite X?”), non solo link autoreferenziali;
  • challenge e format ricorrenti, per creare abitudini partecipative;
  • coinvolgimento attivo: chiedere opinioni, feedback, esperienze personali.

Inoltre, ogni conversazione dev’essere moderata e valorizzata: i commenti vanno ascoltati, rilanciati, approfonditi. L’engagement è una relazione, non un KPI.

Creare conversazioni significa accettare il rischio di perdere il controllo. Ma è proprio in questo rischio che nasce la community.

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Conversazioni prima di tutto: il contenuto è lo scambio umano

Nel cuore di Habbo, il vero valore non erano le stanze arredate o gli oggetti rari, ma le conversazioni che nascevano spontanee: grandi discussioni collettive, drammi esilaranti, amicizie che resistevano anche fuori dalla piattaforma.

Oggi si tende a produrre palinsesti di contenuti, video, rubriche, perdendo spesso di vista il nucleo: una community autentica nasce dalla capacità di generare dialogo vero, confronto, scambio. Il coinvolgimento reale passa dalla libertà di parlare, di essere ascoltati, persino di sbagliare davanti agli altri.

Creare una community non è una scorciatoia per vendere di più: è un percorso strategico per costruire relazioni significative e durature con un gruppo di persone affini.
Richiede tempo, cura, metodo, ma chi riesce a farlo smette di rincorrere l’attenzione del pubblico: la guadagna, la mantiene, la trasforma in fiducia.

Una community forte è un ecosistema di valore. E nel marketing moderno, è forse il bene più raro e più potente che un brand possa generare.

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